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Cultura è cittadinanza: Esperienze, pratiche e futuri possibili

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«Le guerre, il disorientamento, l’impotenza. Quando ci appelliamo alla cultura, al fare cultura, non alimentiamo una retorica illusoria. Se parliamo di lotta alle disuguaglianze, di difesa dei diritti sociali e civili, di lotta al precariato non stiamo forse parlando di cultura? Su quale terreno attecchisce una lotta delle disuguaglianze se non in una coscienza culturale? Solo l’ignoranza è nemica. Fare politica e fare cultura sono gesti coincidenti». Paolo Di Paolo «L’umanità è segnata da divisioni e ingiustizie. Tutto ci sembra difficile, la speranza rischia di affievolirsi. Dobbiamo ricordare che cultura è libertà, è pace e può aiutarci a superare le diseguaglianze, il razzismo, l’egoismo. Per questo i regimi autoritari perseguitano gli artisti. La cultura mette al centro la persona. Non può farlo da sola, ha bisogno della politica. Se non è così, allora è retorica e il resto non conta». Ledo Prato Mai come in questo tempo, devastato dalle guerre e da crisi ambientali e sociali, è forte il richiamo alla cultura come paradigma dei cambiamenti sociali e delle ragioni della speranza. È all’insegna di questa visione che Ledo Prato ha impostato la sua intera vita professionale, come emerge dalla conversazione con Paolo Di Paolo. Sollecitato dalle osservazioni dello scrittore e mettendo in gioco la pluridecennale attività nell’ambito delle politiche culturali, Prato riflette sulle sue esperienze più significative: dall’impegno nel sindacato a Napoli, nella difficile fase tra la fine degli anni settanta e la metà degli anni ottanta, ai primi tentativi di promozione dell’imprenditorialità giovanile nel Mezzogiorno, fino alla esperienza della direzione di Mecenate 90, costruendo progetti in grado di promuovere un rapporto virtuoso tra pubblico e privato nella gestione del patrimonio culturale. Nel dialogo emergono le questioni nodali nella dialettica tra politica e cultura e in che modo possono incidere sul futuro: come costruire nuovi spazi di sapere diffuso, come moltiplicare le opportunità di crescita della cittadinanza anche fuori dai grandi centri, come conciliare cultura e impresa, scardinando vecchi pregiudizi e convinzioni sedimentate da parte degli stessi attori culturali, incapaci spesso di andare oltre schemi logori e stantii. Nella lotta alla povertà educativa c’è un territorio enorme da dissodare, guardando sotto le foglie del rapporto tra impresa e cultura, scommettendo sull’attivismo giovanile e sulle scuole come infrastrutture sociali: «Continuo a domandarmi – si chiede Prato – cosa impedisce a un paese come il nostro, con le sue dotazioni culturali, naturali, ambientali, di essere tra i protagonisti della scena mondiale nell’economia della conoscenza e del turismo. E non ho trovato una risposta se non pensando alla miopia di una classe politica e imprenditoriale che ha voluto rifugiarsi nella conservazione e non ha saputo osare. Il tempo che stiamo attraversando richiede coraggio, innovazione, capacità di affrontare le sfide del futuro guardando al bene comune e meno ai propri piccoli interessi». La cultura può e deve essere un motore per generare una vera ed effettiva cittadinanza, una cittadinanza attiva.
«Le guerre, il disorientamento, l’impotenza. Quando ci appelliamo alla cultura, al fare cultura, non alimentiamo una retorica illusoria. Se parliamo di lotta alle disuguaglianze, di difesa dei diritti sociali e civili, di lotta al precariato non stiamo forse parlando di cultura? Su quale terreno attecchisce una lotta delle disuguaglianze se non in una coscienza culturale? Solo l’ignoranza è nemica. Fare politica e fare cultura sono gesti coincidenti». Paolo Di Paolo «L’umanità è segnata da divisioni e ingiustizie. Tutto ci sembra difficile, la speranza rischia di affievolirsi. Dobbiamo ricordare che cultura è libertà, è pace e può aiutarci a superare le diseguaglianze, il razzismo, l’egoismo. Per questo i regimi autoritari perseguitano gli artisti. La cultura mette al centro la persona. Non può farlo da sola, ha bisogno della politica. Se non è così, allora è retorica e il resto non conta». Ledo Prato Mai come in questo tempo, devastato dalle guerre e da crisi ambientali e sociali, è forte il richiamo alla cultura come paradigma dei cambiamenti sociali e delle ragioni della speranza. È all’insegna di questa visione che Ledo Prato ha impostato la sua intera vita professionale, come emerge dalla conversazione con Paolo Di Paolo. Sollecitato dalle osservazioni dello scrittore e mettendo in gioco la pluridecennale attività nell’ambito delle politiche culturali, Prato riflette sulle sue esperienze più significative: dall’impegno nel sindacato a Napoli, nella difficile fase tra la fine degli anni settanta e la metà degli anni ottanta, ai primi tentativi di promozione dell’imprenditorialità giovanile nel Mezzogiorno, fino alla esperienza della direzione di Mecenate 90, costruendo progetti in grado di promuovere un rapporto virtuoso tra pubblico e privato nella gestione del patrimonio culturale. Nel dialogo emergono le questioni nodali nella dialettica tra politica e cultura e in che modo possono incidere sul futuro: come costruire nuovi spazi di sapere diffuso, come moltiplicare le opportunità di crescita della cittadinanza anche fuori dai grandi centri, come conciliare cultura e impresa, scardinando vecchi pregiudizi e convinzioni sedimentate da parte degli stessi attori culturali, incapaci spesso di andare oltre schemi logori e stantii. Nella lotta alla povertà educativa c’è un territorio enorme da dissodare, guardando sotto le foglie del rapporto tra impresa e cultura, scommettendo sull’attivismo giovanile e sulle scuole come infrastrutture sociali: «Continuo a domandarmi – si chiede Prato – cosa impedisce a un paese come il nostro, con le sue dotazioni culturali, naturali, ambientali, di essere tra i protagonisti della scena mondiale nell’economia della conoscenza e del turismo. E non ho trovato una risposta se non pensando alla miopia di una classe politica e imprenditoriale che ha voluto rifugiarsi nella conservazione e non ha saputo osare. Il tempo che stiamo attraversando richiede coraggio, innovazione, capacità di affrontare le sfide del futuro guardando al bene comune e meno ai propri piccoli interessi». La cultura può e deve essere un motore per generare una vera ed effettiva cittadinanza, una cittadinanza attiva.

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