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Giovanni Cena Gli ammonitori È venuto il tempo di compiere il mio grande atto. Fra alcuni giorni tutto sarà finito. Questo memoriale, di cui preparo due copie, l'una che porterò indosso d'or innanzi, l'altra per inviare ad un giornale, ha il solo scopo di dichiarare – in caso che si volessero travisare le mie intenzioni o spiegare l'avvenuto come un accidente fortuito – il processo in cui io venni nella determinazione di morire in modo tanto eccezionale. I. Nacqui a Gàssino, nella valle del Po. Non ho conosciuto mia madre. Mio padre era fornaciaio: colle gambe nude nella fossa, tagliava la creta gialla, l'impastava, la metteva nella forma da mattoni: e s'allineavano innumerevoli i mattoni sull'aia levigata, parevano grandi pani, inzuccherati di sabbia fina. Pane invece non ne guadagnava molto: ma i suoi ottanta centesimi giornalieri procuravano a lui e a me polenta il mezzogiorno e minestra la sera. L'inverno non si lavorava; quando i primi geli ci avevano coperte le mani di crepacci, cessavamo: ci riparavamo allora nella stalla d'un vicino che aveva bestiame, e quando non nevicava, andavamo a far legna nei boschi dei signori, raccogliendo soltanto il seccume e i ceppi putridi che vendevamo a un soldo il fascio: stando tutto il giorno nei boschi e portando sulla schiena fino al villaggio due o tre fasci, guadagnavamo sette od otto soldi. Perciò l'inverno si mangiava meno, quantunque avessi molta più fame: è vero che il pane di granoturco, pesante e giallo come i nostri mattoni, ci faceva credere d'aver sempre lo stomaco pieno. A febbraio, sull'aia! E anch'io nella mota gialla fin sopra il ginocchio, col sole che dava la febbre: per ciò mio padre era giallo e io ho l'aria d'aver l'itterizia. Ma questo non monta. Mio padre morì. Il sindaco ricorse per me a Torino e fui raccolto nella Pia Casa. Qui mi si insegnò qualche cosa: d'inverno al paese ero andato a scuola e sapevo il catechismo e la storia sacra: qui mi fecero ripetere la storia sacra e il catechismo e un po' di storia romana, Muzio Scevola e Bruto, più i diritti e doveri del cittadino italiano.
Giovanni Cena Gli ammonitori È venuto il tempo di compiere il mio grande atto. Fra alcuni giorni tutto sarà finito. Questo memoriale, di cui preparo due copie, l'una che porterò indosso d'or innanzi, l'altra per inviare ad un giornale, ha il solo scopo di dichiarare – in caso che si volessero travisare le mie intenzioni o spiegare l'avvenuto come un accidente fortuito – il processo in cui io venni nella determinazione di morire in modo tanto eccezionale. I. Nacqui a Gàssino, nella valle del Po. Non ho conosciuto mia madre. Mio padre era fornaciaio: colle gambe nude nella fossa, tagliava la creta gialla, l'impastava, la metteva nella forma da mattoni: e s'allineavano innumerevoli i mattoni sull'aia levigata, parevano grandi pani, inzuccherati di sabbia fina. Pane invece non ne guadagnava molto: ma i suoi ottanta centesimi giornalieri procuravano a lui e a me polenta il mezzogiorno e minestra la sera. L'inverno non si lavorava; quando i primi geli ci avevano coperte le mani di crepacci, cessavamo: ci riparavamo allora nella stalla d'un vicino che aveva bestiame, e quando non nevicava, andavamo a far legna nei boschi dei signori, raccogliendo soltanto il seccume e i ceppi putridi che vendevamo a un soldo il fascio: stando tutto il giorno nei boschi e portando sulla schiena fino al villaggio due o tre fasci, guadagnavamo sette od otto soldi. Perciò l'inverno si mangiava meno, quantunque avessi molta più fame: è vero che il pane di granoturco, pesante e giallo come i nostri mattoni, ci faceva credere d'aver sempre lo stomaco pieno. A febbraio, sull'aia! E anch'io nella mota gialla fin sopra il ginocchio, col sole che dava la febbre: per ciò mio padre era giallo e io ho l'aria d'aver l'itterizia. Ma questo non monta. Mio padre morì. Il sindaco ricorse per me a Torino e fui raccolto nella Pia Casa. Qui mi si insegnò qualche cosa: d'inverno al paese ero andato a scuola e sapevo il catechismo e la storia sacra: qui mi fecero ripetere la storia sacra e il catechismo e un po' di storia romana, Muzio Scevola e Bruto, più i diritti e doveri del cittadino italiano.

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