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Il mio ladro

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Qualcuno aprì la finestra. L’aprì dolcemente, in modo che nella camera entrò la luce, ma non il raggio violento del solleone. Il mattino nitido trasparì dai cristalli velati e quella trasparenza aveva uno sfondo di cielo, aveva la macchia rossa di un garofano che fioriva sul mio piccolo balcone. Una voce mi domandò con un sorriso di mistero placido: — Oggi? E con lo stesso tono, ma più lievemente così che il mistero quasi svaniva e rimaneva solo il sorriso, risposi: — Spero. Non avevo sino allora, né pronunziata né concepita quella parola con una commozione così forte, con una gioia così fiduciosa, mentre tutti i miei sensi affinati e raccolti parevano tante sentinelle vigilanti sulla breccia. L’attesa dei lunghissimi mesi era divenuta l’attesa di pochi giorni; adesso ogni giorno poteva separarmi di una sola ora, di un solo attimo, dal divino compimento. Divino e feroce, d’una ferocia tutta piena di passione, che talvolta, nei tempi quieti e vuoti, forma una delle più acute nostalgie materne. — Spero. – Lo ripetei così, in mente, più volte, con una specie d’immediato presagio. E chiusi gli occhi perché il riverbero bianco li stancava leggermente, venendo dalla finestra socchiusa e formando un solo cerchio luminoso fra il mio letto e la culla. Chiusi gli occhi. Cominciava in me un tremito non mai conosciuto, l’orgasmo del miracolo che doveva compiersi attraverso il grande patimento. Avevo terrore del patimento ma l’invocavo per l’ansietà del miracolo. Qualche cosa infatti, blandita dalla suggestione, io avvertivo: come se la piccola fonte della mia vita traboccasse in piena di gioia, e il piccolo volto dell’innocenza si affacciasse alla casa tutta fiorita per lui, tutta vibrante per lui d’una solenne festività. Sul cassettone era un lino bianco spiegato, la coperta aveva dal mio respiro un’ampia ritmica ondulazione, la tenda della finestra palpitava come una vela quieta.
Qualcuno aprì la finestra. L’aprì dolcemente, in modo che nella camera entrò la luce, ma non il raggio violento del solleone. Il mattino nitido trasparì dai cristalli velati e quella trasparenza aveva uno sfondo di cielo, aveva la macchia rossa di un garofano che fioriva sul mio piccolo balcone. Una voce mi domandò con un sorriso di mistero placido: — Oggi? E con lo stesso tono, ma più lievemente così che il mistero quasi svaniva e rimaneva solo il sorriso, risposi: — Spero. Non avevo sino allora, né pronunziata né concepita quella parola con una commozione così forte, con una gioia così fiduciosa, mentre tutti i miei sensi affinati e raccolti parevano tante sentinelle vigilanti sulla breccia. L’attesa dei lunghissimi mesi era divenuta l’attesa di pochi giorni; adesso ogni giorno poteva separarmi di una sola ora, di un solo attimo, dal divino compimento. Divino e feroce, d’una ferocia tutta piena di passione, che talvolta, nei tempi quieti e vuoti, forma una delle più acute nostalgie materne. — Spero. – Lo ripetei così, in mente, più volte, con una specie d’immediato presagio. E chiusi gli occhi perché il riverbero bianco li stancava leggermente, venendo dalla finestra socchiusa e formando un solo cerchio luminoso fra il mio letto e la culla. Chiusi gli occhi. Cominciava in me un tremito non mai conosciuto, l’orgasmo del miracolo che doveva compiersi attraverso il grande patimento. Avevo terrore del patimento ma l’invocavo per l’ansietà del miracolo. Qualche cosa infatti, blandita dalla suggestione, io avvertivo: come se la piccola fonte della mia vita traboccasse in piena di gioia, e il piccolo volto dell’innocenza si affacciasse alla casa tutta fiorita per lui, tutta vibrante per lui d’una solenne festività. Sul cassettone era un lino bianco spiegato, la coperta aveva dal mio respiro un’ampia ritmica ondulazione, la tenda della finestra palpitava come una vela quieta.

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