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I brani che il lettore italiano incontra per la prima volta in quest'antologia sono tolti da While Rome Burns (1934), libro già considerato tra i "cinquanta libri più amati del Ventesimo secolo" nonché il più famoso di un autore che fu, nelle parole di un contemporaneo, "uno degli uomini più citati della sua generazione". Si parla di Alexander Woollcott (1887-1943), cronista, critico drammatico autorevole e temuto per il New York Times, drammaturgo a sua volta, memorialista, scrittore di viaggio, critico di costume, curatore di classici, personalità radiofonica e all'occasione perfino attore, sulle scene e al cinema. Il nome di Woollcott è associato anche all'Algonquin Round Table, l'accolita di intellettuali (vicious circle), teatranti e bon vivants che soleva riunirsi all'Hotel Algonquin di New York dal 1919 al 1929 e della quale erano parte personaggi quali Dorothy Parker, Ring Lardner, Noël Coward, Herman J. Mankiewicz, Harpo Marx, Robert Benchley, George S. Kaufman. Dotato di una penna tanto sofisticata quanto velenosa, fu anche una personalità in ogni senso larger than life – alcuni lo considerano il primo influencer della storia moderna – e basti ad accertarlo il fatto che George S. Kaufman si ispirò a lui per il colorito personaggio di Sheridan Whiteside nella commedia, poi un film con Bette Davis, The Man Who Came to Dinner ("Il signore resta a pranzo", 1942) e addirittura che Rex Stout lo prese a modello per il formidabile Nero Wolfe (una diceria, verosimile, ma occorre precisare che fu messa in giro dallo stesso Woollcott). Lo stile di Woollcott, ricco di arguzie e di aforismi rimasti proverbiali, seduce per il suo impianto sintattico elaborato, a tratti prezioso, che si è cercato di mantenere nella versione italiana, lessicalmente prelibato e a momenti eccentrico, ha dettato le linee-guida per una certa maniera del New Yorker e riflette come poche altre espressioni letterarie dell'epoca l'ambiente intellettuale, letterario e teatrale dell'epoca: la New York dei teatri e degli speakeasies, dei grandi giornali, dei socialites e delle bische, provvedendo un singolare contraltare e un complemento alle figure di giornalisti un po' cialtroni e lowlife dei coevi racconti di Ring Lardner (un altro membro del vicious circle dell'Algonquin) e di Ben Hecht. Gli articoli qui raccolti si propongono come una vera time capsule, capsula di un momento chiave della vita, non solo americana, del Ventesimo secolo. [dalla prefazione del curatore e traduttore Marco Bertoli]
I brani che il lettore italiano incontra per la prima volta in quest'antologia sono tolti da While Rome Burns (1934), libro già considerato tra i "cinquanta libri più amati del Ventesimo secolo" nonché il più famoso di un autore che fu, nelle parole di un contemporaneo, "uno degli uomini più citati della sua generazione". Si parla di Alexander Woollcott (1887-1943), cronista, critico drammatico autorevole e temuto per il New York Times, drammaturgo a sua volta, memorialista, scrittore di viaggio, critico di costume, curatore di classici, personalità radiofonica e all'occasione perfino attore, sulle scene e al cinema. Il nome di Woollcott è associato anche all'Algonquin Round Table, l'accolita di intellettuali (vicious circle), teatranti e bon vivants che soleva riunirsi all'Hotel Algonquin di New York dal 1919 al 1929 e della quale erano parte personaggi quali Dorothy Parker, Ring Lardner, Noël Coward, Herman J. Mankiewicz, Harpo Marx, Robert Benchley, George S. Kaufman. Dotato di una penna tanto sofisticata quanto velenosa, fu anche una personalità in ogni senso larger than life – alcuni lo considerano il primo influencer della storia moderna – e basti ad accertarlo il fatto che George S. Kaufman si ispirò a lui per il colorito personaggio di Sheridan Whiteside nella commedia, poi un film con Bette Davis, The Man Who Came to Dinner ("Il signore resta a pranzo", 1942) e addirittura che Rex Stout lo prese a modello per il formidabile Nero Wolfe (una diceria, verosimile, ma occorre precisare che fu messa in giro dallo stesso Woollcott). Lo stile di Woollcott, ricco di arguzie e di aforismi rimasti proverbiali, seduce per il suo impianto sintattico elaborato, a tratti prezioso, che si è cercato di mantenere nella versione italiana, lessicalmente prelibato e a momenti eccentrico, ha dettato le linee-guida per una certa maniera del New Yorker e riflette come poche altre espressioni letterarie dell'epoca l'ambiente intellettuale, letterario e teatrale dell'epoca: la New York dei teatri e degli speakeasies, dei grandi giornali, dei socialites e delle bische, provvedendo un singolare contraltare e un complemento alle figure di giornalisti un po' cialtroni e lowlife dei coevi racconti di Ring Lardner (un altro membro del vicious circle dell'Algonquin) e di Ben Hecht. Gli articoli qui raccolti si propongono come una vera time capsule, capsula di un momento chiave della vita, non solo americana, del Ventesimo secolo. [dalla prefazione del curatore e traduttore Marco Bertoli]

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