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UNA PARTITA A SCACCHI

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Mi serpeggiasse il freddo, ma, sia pigrizia o grillo, Sopportavo quei brividi, pure di star tranquillo. La stanza parea enorme, tanto era vuota e bruna. - Di tratto in tratto, a sbalzi, una mosca importuna Borbottava per l'aria misteriosi metri, Poi dava scioccamente della testa nei vetri - Le tende alla finestra frusciavano inquiete... Racconto queste cose, perché, se nol sapete, Noi poeti, sovente, non siam noi che scriviamo, È il vento che fa un fremito correr di ramo in ramo, È una canzon perduta che pel capo ci frulla, È il fumo di un sigaro, è un'ombra, è tutto, è nulla, È un lembo della veste di persona sottile, È la pioggia monotona che scroscia nel cortile, È una poltrona morbida come sera d'estate, È il sole che festevole picchia alle vetriate, È delle cose esterne la varia litania, Che fe' rider Ariosto e pianger Geremia. - Stavo dunque soletto, cogli occhi semichiusi E la mente perduta in fantasmi confusi, Aveo smesso di leggere per sonnecchiare, ed era L'autunno, ve l'ho detto, e per giunta, la sera. Il libro raccontava storie vecchie e infantili Di castelli, di fate, di valletti gentili. Talora licenzioso nei motti, ma coll'aria Di un nonno che sorrida con malizia bonaria. È strano come in quelle pagine polverose L'amor sia schietto, e tutte le vicende festose. - Si direbbe che il tempo, inflessibile a noi, Abbia corso a ritroso per tutti quegli eroi. Le mura dei castelli son corrose e infrante, E suvvi ci si abbarbica l'edera serpeggiante. Son mozzate le torri, i merli son caduti, Le sale spaziose i bei freschi han perduti; I camini giganti dall'ali protettrici Son colmi di macerie, stridon sulle cornici I più grotteschi uccelli: ma sereni, sicuri, Più forti che le torri e più saldi che i muri. Quelli uomini di ferro d'ogni mollezza schivi Si parano alla mente baldi, parlanti e vivi. - Son là, coll'armi al fianco, col grifalco in mano, Ieri: leon di guerra, ed oggi: castellano. Ignoranti di patria, di libertà: capaci Di morire per un nome od un paio di baci.
Mi serpeggiasse il freddo, ma, sia pigrizia o grillo, Sopportavo quei brividi, pure di star tranquillo. La stanza parea enorme, tanto era vuota e bruna. - Di tratto in tratto, a sbalzi, una mosca importuna Borbottava per l'aria misteriosi metri, Poi dava scioccamente della testa nei vetri - Le tende alla finestra frusciavano inquiete... Racconto queste cose, perché, se nol sapete, Noi poeti, sovente, non siam noi che scriviamo, È il vento che fa un fremito correr di ramo in ramo, È una canzon perduta che pel capo ci frulla, È il fumo di un sigaro, è un'ombra, è tutto, è nulla, È un lembo della veste di persona sottile, È la pioggia monotona che scroscia nel cortile, È una poltrona morbida come sera d'estate, È il sole che festevole picchia alle vetriate, È delle cose esterne la varia litania, Che fe' rider Ariosto e pianger Geremia. - Stavo dunque soletto, cogli occhi semichiusi E la mente perduta in fantasmi confusi, Aveo smesso di leggere per sonnecchiare, ed era L'autunno, ve l'ho detto, e per giunta, la sera. Il libro raccontava storie vecchie e infantili Di castelli, di fate, di valletti gentili. Talora licenzioso nei motti, ma coll'aria Di un nonno che sorrida con malizia bonaria. È strano come in quelle pagine polverose L'amor sia schietto, e tutte le vicende festose. - Si direbbe che il tempo, inflessibile a noi, Abbia corso a ritroso per tutti quegli eroi. Le mura dei castelli son corrose e infrante, E suvvi ci si abbarbica l'edera serpeggiante. Son mozzate le torri, i merli son caduti, Le sale spaziose i bei freschi han perduti; I camini giganti dall'ali protettrici Son colmi di macerie, stridon sulle cornici I più grotteschi uccelli: ma sereni, sicuri, Più forti che le torri e più saldi che i muri. Quelli uomini di ferro d'ogni mollezza schivi Si parano alla mente baldi, parlanti e vivi. - Son là, coll'armi al fianco, col grifalco in mano, Ieri: leon di guerra, ed oggi: castellano. Ignoranti di patria, di libertà: capaci Di morire per un nome od un paio di baci.

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